Partesa On The Road 20°

Partesa On The Road 20
Partesa On The Road 20° è una consegna estrema: il viaggio con cui Partesa festeggia 20 anni di attività, all'insegna della sua mission: distribuire ovunque il meglio. Un equipaggio di 6 persone, a bordo di un Eurocargo e di un Massif Iveco, è partito da Milano il 18 gennaio. Attraversando l'Ecuador, il Perù, la Bolivia e l'Argentina raggiungerà Ushuaia il 25 marzo per effettuare La Grande Consegna di Birra Moretti. Sarà un viaggio indimenticabile. Seguitelo giorno dopo giorno, su queste pagine.

26 marzo 2011

Sulla riva del canale di Beagle


L’ultimo piccolo racconto di questa enorme storia, noi “creativi” lo scriviamo in un silenzio per certi versi nuovo. Complice la quiete assoluta di questo lembo del canale di Beagle, mi sembra di cogliere una sottile ironia: mentre in testa c’è il rumore e il disordine di tutte le immagini e i ricordi di questi due mesi, fuori c’è solo un mare immobile, silenzioso e accudito da montagne imbiancate. Lì dietro, da qualche parte, c’è l’Antartide.
Per fare ordine nella testa mi affido alla trama degli incontri che questo continente ha intessuto per noi. Ripenso a Salvador, il tassista guayaquileño con una svastica tatuata sulla mano, e al tassista Rodolfo, che si è divertito ad alimentare la mia curiosità verso il mistero dei nazisti a San Carlos de Bariloche. Rivedo gli occhi pieni di dolore e di umanità di hermano Miguel a Lima e quelli della nostra guida Bruna, che mi hanno narrato l’emozione del Perito Moreno nel momento in cui respira, cambia pelle e si rigenera. Riascolto la voce di André de La Fuente mentre mi racconta la sua energia nell’aiutare i bambini della fondazione PUPI e quella della guida Luis, che con il suo accento Italo-peruviano ci ha accompagnato dentro il mistero e la meraviglia del Machu Picchu.


Sono stati due mesi straordinariamente intensi. Che ci hanno messo tutti alla prova, sia dal punto di vista umano che professionale. Adesso è troppo presto per capire tutto quello che questa esperienza ha significato. E c’è il rischio che l’improvviso silenzio di questo angolo di mondo mi faccia franare addosso tutti i ricordi, e che li trasformi troppo presto in nostalgia.
Così preferisco difendermi, e pensare alle mille storie che non abbiamo raccontato, ai mille posti che questo continente nasconde, e a un futuro, spero vicino, che mi riporti in questi luoghi. Agli amici che ho trovato dentro il nostro equipaggio, e a quelli che riabbraccerò appena tornerò a casa.
E ai mille inizi che verranno, dopo la fine di questa bella storia...alla fine del mondo.

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Daniele Tagliavia




Rio Gallegos-Ushuaia: la Grande Consegna di Birra Moretti


L’alba di oggi leva il velo sull’ultima tappa della nostra avventura. La routine della partenza, sempre la stessa da 50 giorni, non ci leva il sapore tutto particolare dell’ultimo trasferimento, degli ultimi chilometri, della fine del viaggio. Stamattina nella hall dell’albergo ritroviamo il gruppo dei vincitori di Mission Partesa On The Road 20° come sempre allegri, felici di scrivere con noi l’ultimo capitolo della nostra storia sudamericana.
«Quella di oggi – mi dice Danilo Caio amministratore delegato di Partesa Tirreno e Partesa Centro - è la tappa conclusiva di un progetto bellissimo. Fino ad ora l’abbiamo seguito attraverso i vostri racconti, oggi possiamo viverlo in prima persona». Con l’arrivo dei vincitori del piano d’incentivazione Partesa, qualche giorno fa, il nostro viaggiare ha cambiato sapore: loro vivono il brivido delle ultime tappe della nostra avventura, noi ci ritroviamo con tanta compagnia intorno, tanti brindisi da fare e con il piacere di raccontare retroscena e aneddoti dei nostri 50 giorni “on the road”. «Ho percepito da subito - mi confessa Danilo Caio – che si è creato un bel gruppo. Ci siamo integrati bene sia con voi dell’equipaggio che tra noi colleghi. Il viaggio ci ha uniti e questo credo faccia parte dello spirito di Partesa».
Da Ushuaia ci separano circa 200 chilometri ma il cambio repentino di paesaggio, appena partiti da Rio Grande, ci dà la suggestione di essere già molto più lontani: il paesaggio lunare, da “creazione del mondo” (come mi suggerisce Ugo) sparisce, e l’isola della terra del fuoco ci appare completamente diversa. Lo stretto di Magellano sembra avere distinto completamente due universi, geograficamente molto vicini, come solo il mare ha il potere di fare. Oceano o minuscolo canale che sia.
Boschi sterminati e altissimi iniziano a comporre la tavolozza di colori tipica dell’autunno che sta per cominciare: verde intenso, rosso e giallo. Così senza quasi rendercene conto arriviamo a Ushuaia, “La Ciudad mas austral del Mundo” come ci suggerisce il cartello all’ingresso della città, e ritroviamo il mare, vicinissimo e onnipresente in tutte le finestre del nostro albergo: «Come si fa a non essere contenti? – mi dice Roberto Ghezzi quando gli chiedo un’impressione su questi giorni di viaggio – basta guardare fuori dalla finestra, vedere i gabbiani e i mille colori del mare per gioire di essere qui con voi». Roberto, classe ’79, è uno dei più giovani venditori del gruppo ed è il primo classificato di Mission On the Road 20° «Da quando alla convention del 22 ottobre – mi confida - ho visto la presentazione del viaggio, ho deciso di dare il massimo per essere qui, oggi».




Dopo il pranzo arriva il momento della Consegna. Ci siamo: il nostro Eurocargo si ferma davanti il ristorante Placeres Patagonicos e i ragazzi di Partesa consegnano la Birra Moretti al proprietario. Per noi dell’equipaggio c’è un misto d’incredulità ed euforia, c’è la gioia di avercela fatta, insieme al sollievo di avere portato a termine il nostro compito, e alla consapevolezza di aver preso parte a qualcosa di grande.
«È stato un bel viaggio, ricco di momenti emozionanti e importanti – mi confida Simona Pisanello, amministratore delegato di Itaca Comunicazione, l’agenzia milanese madre del progetto – che in Italia è stato seguito col fiato sospeso. Partesa è stata capace di incontrare persone vere che hanno fatto del volontariato una missione sociale utile a tutti, e si è fatta riconoscere per 20 mila lunghi chilometri come un’azienda bella forte e capace di azioni memorabili».
Adesso è davvero tutto pronto per il primo brindisi della serata.
Abbiamo portato la Birra Moretti fino alla fine del mondo, ed è il momento di festeggiare.





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Daniele Tagliavia




25 marzo 2011

Rio Gallegos-Rio Grande: "Bienvenido a Tierra del Fuego"


La nostra carovana parte oggi molto presto diretta a Rio Grande. Lasciamo Rio Gallegos, la più grande città della Patagonia, senza troppi rimpianti: un centro urbano anonimo che di certo offre comodità e confort ma che lascia poco al godimento degli occhi. Almeno ai nostri, ancora pieni delle bellezze di El Calafate, del turchese del Lago Argentino su cui riposa, e delle meraviglie dei suoi dintorni. La tappa di oggi è breve, almeno in termini chilometrici, ma è complicata dall’attraversamento di una striscia di territorio cileno di circa 200 chilometri, che per noi significa 4 passaggi doganali. Qui a presidiare i confini ci sono piccole palazzine colorate in mezzo al nulla, che hanno l’insensato compito di tracciare una linea tra due territori assolutamente desolati e totalmente simili tra loro.


La nostra permanenza in territorio cileno dura lo spazio di poche ore ma fa in tempo a regalarci l’emozione dello stretto di Magellano: un miglio d’acqua, soltanto un miglio, che divide la Isla grande de Tierra del fuego dal resto della Patagonia e che è il momento più bello della nostra tappa. Qualche chilometro prima, la vista dell’Atlantico irrompe nel nostro orizzonte di pampa patagonica, animato prima soltanto da qualche piccolo gruppo di Guanacos. In questo spicchio di terra, l’Atlantico si insinua nella costa attraverso mille insenature e rivoli, sino ad arrivare vicinissimo a noi. Impossibile non pensare all’inizio del nostro viaggio, quando ammiravamo il pacifico dalle coste dell’Ecuador e del Perù: 50 giorni, svariate migliaia di chilometri, e 20 gradi “fa”.
Arrivando a San Gregorio tutti ci guardiamo intorno incuriositi: la strada va dritta dentro lo stretto, sembra che si immerga e che continui sott’acqua. Intorno non ci sono né moli, né banchine, nessun segno che indichi che lì, prima o poi, arriverà un traghetto a condurci dall’altro lato. Poi inevitabilmente il traghetto arriva e la nostra piccola traversata comincia, sospesa dentro una luce incredibile. L’orologio dice che sono le 14, ma potrebbe essere l’alba, o il tramonto. C’è un sottile velo di nuvole che ci nasconde il sole ma che si fa scappare, tutto intorno, dei bagliori di luce di mille colori diversi, da tutti gli orizzonti possibili.


”Bienvenido a terra del fuego” dice il cartello appena scesi dal traghetto. Ushuaia è ormai dietro l’angolo, domani il nostro viaggio arriverà alla sua destinazione finale e con i vincitori di Mission On The Road 20° consegneremo la Birra Moretti al ristorante Placeres Patagonicos. Poi sarà tempo di festeggiare.
Sembra impossibile essere arrivati sino a qui.

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Daniele Tagliavia















24 marzo 2011

El Calafate - Rio Gallegos: pranzo nell'estencia Chali Aike


La nostra carovana oggi si sposta, e parte il nostro conto alla rovescia verso Ushuaia, verso la Grande Consegna di Birra Moretti. I venditori vincitori di “Mission On The Road 20°”, hanno cambiato le nostre routine, i nostri ritmi e l’atmosfera che circonda il nostro viaggiare. «La più bella sorpresa – mi dice Massimiliano Corio, venditore di Partesa Lombardia - è stato trovare un bel gruppo: molti di noi non si conoscevano, ma in poche ore si è creato un bell’affiatamento».
“Max” è una delle anime dell’Oc Lombarda che ha dominato la gara all’interno della forza di vendita ed è uno dei più carichi e allegri del gruppo. «Con il Perito Moreno – mi dice mentre con il suo cappello da cowboy entra nella jeep - siamo partiti subito forte: la visita al ghiacciaio è stata una cosa indimenticabile».

Partiamo: il Massif e l’Eurocarco stanno alla testa del convoglio di 7 jeep in viaggio da El Calafate e Rio Gallegos; una passeggiata di 350 chilometri d’asfalto impreziosita dalla visita all’estancia Chali Aike, che ci ospita per il pranzo.
Sul perfetto prato all’inglese di fronte la casa ci accoglie Gonzalo, il proprietario. Attorno a lui formiamo un cerchio silenzioso e curioso e lui ci presenta Pancho, un bellissimo Border Collie addestrato ad aiutare i gauchos nelle varie fasi dell’allevamento delle pecore.



«Lui – ci racconta mentre Pancho cerca in tutti i modi di farsi notare – riesce a spostare, guidato dal nostro gaucho, più di mille pecore da solo, ed è in grado di percorrere dodici chilometri in un solo giorno di lavoro».
Gonzalo ci porta a fare un giro di tutta l’estancia e organizza una piccola dimostrazione: una “malcapitata” pecora sarà la sua cavia per mostrarci come avviene una tosatura. Lei si lascia manipolare senza opporre resistenza, mentre lui le toglie di dosso un vello morbidissimo di circa 5 chili.
Durante il pranzo Gonzalo è indaffarato a portare chili di carne di “cordero” (agnello) per saziare la nostra enorme tavolata, ma riesco a chiedergli qualcosa in più sulle loro attività. «Purtroppo – mi racconta rammaricato – non riusciamo a vivere soltanto con l’allevamento delle pecore, così dobbiamo dedicarci anche al turismo e ad altre attività tra cui l’estrazione del petrolio. È paradossale – mi spiega - perché sono state proprio le fibre sintetiche ricavate dal petrolio, come ad esempio il nylon, a uccidere il mercato della lana. Mentre adesso è il petrolio che ci permette di andare avanti».



Il pranzo sta ormai per finire e dopo l’immancabile brindisi con Birra Moretti Gonzalo offre a tutti un bicchiere di Legui, un liquore tipico patagonico ricavato dalla canna da zucchero.
«La cosa che più mi è piaciuta – mi confida Massimiliano mentre lasciamo l’estancia e riprendiamo il cammino verso Rio Gallegos – è stata l’ospitalità: ci hanno accolto a casa loro e ci hanno messo subito a nostro agio. E poi erano sorridenti, sembrava che la nostra visita, per loro, fosse una festa».

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Daniele Tagliavia




23 marzo 2011

Perito Moreno: il ghiacciaio che vive



La parete Sud.
Dall’ingresso del parco nazionale “Los Glaciares” in poi, la strada si fa tortuosa: si costeggia il lago argentino in attesa di iniziare a vedere il Perito Moreno. Ogni curva sembra quella “buona”, ma la vista del ghiacciaio si fa attendere per poi sorprenderci: fuori da una curva a destra è lì, a qualche centinaia di metri da noi.
La sosta per scattare le prime foto dura poco perché vince la voglia di avvicinarsi ancora, di arrivare al molo da cui parte il nostro battello e di vederlo da molto vicino.


Una piccola imbarcazione ci porta “sotto” la parete Sud del ghiacciaio che se da lontano sembrava massiccia, immobile e omogenea, da qui sotto invece racconta tutta un’altra storia: ricca, viva ma soprattutto cangiante.
La luce del sole infatti, filtrata e scomposta da nuvole frequenti e dispettose, scrive sulla parete un racconto di ombre e di colori seducenti, da seguire con il fiato sospeso.
I crepacci in cima alla parete brillano di un blu intenso che diventa viola dentro la pancia del ghiacciaio, i blocchi di ghiaccio ai suoi piedi sembrano invece illuminati da una luce turchese che sfuma verso il bianco, mentre sulla “cresta” le nuvole disegnano fantasie e trasparenze imprevedibili.
Il colore del ghiaccio è il turchese, non il bianco.

La vita.
Il Perito Moreno non è soltanto un’enorme distesa di ghiaccio, ma un organismo con un suo ritmo vitale scandito, di tanto in tanto, dal violento distacco di un enorme fronte di ghiaccio in corrispondenza del punto di passaggio tra i due rami del lago.
Questo violento crollo è l’epifania di un processo, altrimenti invisibile, che anima costantemente il ghiacciaio. Quando la parete che scivola costantemente verso est si appoggia sulle rocce che delimitano il lago dalla parte opposta, l’acqua, ormai ostruita nel suo fluire naturale si ricava, poco a poco, un piccolo passaggio attraverso la parete. Dopo settimane, a volte mesi, la feritoia diventa una galleria che si allarga finché il tetto, a un tratto, collassa.


Purtroppo in questo momento il ghiacciaio è ancora lontano dalla costa, e per assistere a questo spettacolo dovranno passare ancora anni. Bruna (in foto) però – la nostra guida – riesce a restituirmi, con il suo racconto, tutta l’emozione di questo sussulto vitale, di questo respiro del ghiacciaio. «Quando l’acqua ha ormai scavato una galleria molto ampia – mi racconta senza riuscire a togliere lo sguardo dal panorama – gente da tutta l’Argentina prende l’aereo o si mette in auto per venire fino a qui: centinaia di persone si accampano per ore, a volte per giorni, aspettando che arrivi il crollo».

Sì perché il distacco della parete ci tiene in qualche modo ad annunciarsi e a caricare l’aria di attese con tanti piccoli crolli che precedono il collasso definitivo. «Sulla strada – mi racconta - si crea una coda interminabile, la gente si accalca, e ogni sussulto del ghiacciaio è anticipato da un religioso silenzio prima, e festeggiato da applausi e urla dopo. Tutti sono pieni di passione e di amore. È bellissimo». Adesso mi sembra che preferisca interrompersi, per non essere sopraffatta dall’emozione.
E a me vengono i brividi.

Le foto e il video (da non perdere) di oggi



Daniele Tagliavia






21 marzo 2011

Terzo giorno a Calafate: arrivano i vincitori della gara di Partesa


Oggi il nostro equipaggio si è trasformato in un gruppo nutrito, e da domani la nostra coppia di mezzi si trasformerà in una vera carovana. Da qualche ora si sono aggiunti a noi i venditori di Partesa, vincitori della gara indetta dall’azienda.
Li abbiamo accolti stamattina nella piccola aerostazione di El Calafate inaugurata da pochi anni, e che ha fatto la fortuna di questa cittadina a pochi passi dal ghiacciaio del Perito Moreno. Quando arrivano per noi è tempo di presentazioni e strette di mano, mentre per Ermes è una piccola festa: dall’Italia lo hanno seguito attraverso i nostri racconti, così gli abbracci e i sorrisi sono tutti per il nostro “Ermellino”.
I nostri nuovi compagni d’avventura sono stravolti da più di 24 ore di viaggio ma di certo contenti di essere qui. «Il viaggio – mi racconta Enrico Castelli (in foto), capo della logistica di Partesa – è stato molto faticoso, ma adesso siamo contenti di essere qui e di vivere con voi le ultime tappe del viaggio fino alla grande consegna di Ushuaia».
Castelli mi confida che molti di loro hanno fatto, durante questi mesi, uno sforzo enorme pur di riuscire ad essere qui con noi, oggi. «La gara – mi racconta - è stata molto sentita, e i ragazzi vivono questo viaggio come il meritato premio dopo 4 mesi di duro lavoro: per ciascuno di loro è un piccolo successo personale».




Nel pomeriggio Luca ha mostrato loro un video che riassume le tappe principali del nostro viaggio: 8 minuti nei quali è riuscito a racchiudere quasi 50 giorni di chilometri, fatica e di emozioni. E anche per noi, che di quelle immagini eravamo protagonisti, è stato toccante rivivere tutto attraverso il montaggio serrato di Luca. «Una delle zone che mi ha sorpreso di più – mi confida il nostro capo spedizione Sandro - è il nord dell’argentina, con le sue quebradas, e tutta la ruta del vino da Cafajate sino alla bellissima Mendoza: una città che non conoscevo e che mi ha sorpreso».



Alla nostra meta finale manca orma poco, così chiedo a Sandro di darmi qualche anticipazione su quello che ci aspetta: «Passeremo da Rio Gallegos, una delle città più grandi della Patagonia, poi da lì a Rio Grande, e infine Ushuaia. Per arrivare fin laggiù dovremo percorrere un breve tratto in territorio cileno e attraversare lo stretto di Magellano». Prima di ripartire però, domani ci aspetta uno dei “piatti forti” del nostro menù sudamericano: il ghiacciaio del Perito Moreno.
E a Sandro, che il ghiacciaio l'ha già visitato, bastano tre parole per descrivermelo: «leva il fiato».

le foto e il video di oggi.



Daniele Tagliavia





20 marzo 2011

Escursione al Lago Roca: un caffé con Luca



La cittadina di El Calafate non offre tantissimo, così oggi abbiamo optato per una “gita fuori porta”. Per il Perito Moreno dovremo aspettare Martedì, ma qui intorno c’è l’imbarazzo della scelta e in più oggi questo angolo di Patagonia è illuminato da un bel sole domenicale. Così io, il “maestro” Ugo, Luca ed Ermes "rubiamo" a Sandro le chiavi del Massif e andiamo verso il lago Roca. Arrivati proviamo il brivido, finora sconosciuto, della sosta: il gusto di lasciare la jeep in una piccola radura, fermarci e guardarci intorno con calma. Il lago Roca è il baricentro di un angolo di quiete assoluta colorata dal bianco delle vette innevate e delle nuvole, dall’azzurro dell’acqua e del cielo, e dal verde dei prati. Tutto è nitido, come pulito incessantemente dal forte vento, al quale poco a poco ci stiamo abituando.



Per il pranzo ci ospita l’estancia Nibepo Aike e il suo gaucho-cuoco Ricardo: cappello in testa e foulard al collo, lui è il dominus di un enorme barbecue su cui bruciano chili di carne. «Quella dei gauchos – mi racconta mentre aspettiamo che la nostra “parilla” sia pronta – è una tradizione che si tramanda di generazione in generazione, io sono nato in campagna e in campagna vivrò sempre». Ricardo con noi è gentile, ci chiede i dettagli della nostra avventura e si rende subito simpatico. Simpatia che si trasforma in gratitudine, quasi in venerazione, quando la nostra carne è servita ancora ardente sulla brace d'acciaio che mette al centro del nostro tavolo: la migliore (e ne abbiamo provata tanta) da quanto abbiamo messo piede in Argentina.
L’obbligatorio caffè (drammaticamente lungo) dopo pranzo mi dà l’occasione di proseguire il mio giro di pareri e impressioni tra i membri dell’equipaggio: oggi tocca a Luca.
«Al primo posto – mi dice quando gli chiedo di farmi il suo personale podio - metto di sicuro le linee di Nazca:
era una vita che volevo riprenderle e finalmente su quel piccolo aereo, quel giorno, mi sono tolto lo sfizio». Una “fissa” quella delle linee, che nasce dal suo interesse per ciò che è misterioso e ancora non del tutto spiegato. «Impossibile – mi dice – non rimanere affascinati dai disegni di Nazca, visto che ancora non si è riusciti a capire come abbiano fatto ad essere così precisi nel creare figure enormi, percepibili soltanto dall'aereo. Stesso mistero che avvolge l'antica città inca di Machu Picchu, costruita con tecnologie primitive su una rupe difficilmente accessibile ancora adesso».



A Luca durante il nostro viaggio è toccata la mole di lavoro maggiore, impegnato com’è nell’aggiornamento quotidiano del nostro canale youtube e nella produzione delle “pillole” che ogni giorno vanno in onda su Babel Tv. «Prima di partire – mi confida - le incognite erano molte: le lunghe ore di viaggio, il lavoro, e poi la trasmissione dei dati. Per fortuna tutto è andato per il meglio e la macchina produttiva ha girato a dovere».
Il caffè è finito, e per noi è tempo di tornare a El Calafate. Domani si uniranno a noi i venditori di Partesa. L’ultimo capitolo della nostra avventura sta per cominciare.

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Daniele Tagliavia





19 marzo 2011

Primo giorno a El Calafate: due chiacchere con gli autisti del nostro Eurocargo



È il ghiacciaio del Perito Moreno la cifra principale di El Calafate, quasi la sua ragion d’essere. Cresciuta enormemente negli ultimi anni, la cittadina deve la sua fortuna alla vicinanza del ghiacciaio, che dalla città non è visibile ma che per i suoi viali è in ogni caso onnipresente: locandine negli uffici turistici, cartoline nei negozi di souvenir e gadget nelle boutique per turisti.
Ben visibile, invece, è il lago Argentino: da qualsiasi angolo di El Calafate si impone alla vista con il suo turchese che cambia con il cambiare della luce: di mattina scuro intenso, quasi blu; di pomeriggio bianco, chiarissimo, un lampo di luce che abbaglia.



L’altra presenza costante, qui a El Calafate è il vento: protagonista assoluto, da Bariloche in poi, dei paesaggi della Patagonia. Sì, del paesaggio, perché qui il vento si vede: il suo passaggio lascia traccia sugli alberi e su tutta la vegetazione che cresce leggermente inclinata per il suo soffiare, costante e ostinato, sempre nella stessa direzione.
Per noi il El Calafate è l'occasione per fermarci qualche giorno, dopo settimane di viaggio, e per rifiatare. Così ne approfitto per un piccolo bilancio con Ermes e Ignazio, gli autisti del nostro Eurocargo.


«Sono tante – mi confida Ermes, per tutti ormai “Ermellino” – le cose che mi hanno colpito durante queste settimane: più di tutte sicuramente Cusco, con le sue chiese e le sue architetture coloniali, e il Machu Picchu, con la sua magia e la sua pace». Anche Ermes, come me, mette l’antica città Inca al primo posto nel podio delle emozioni che Partesa On The Road 20° ci ha via via dispensato. «E poi - aggiunge – tutta l’Argentina, che mi ha sorpreso per la varietà dei suoi paesaggi: dalla pampa desolata ai canyon, dai boschi della ruta de los siete lagos alle pianure sconfinate della Patagonia».
Lui e Ignazio hanno condiviso il volante del nostro camion, che si è ben districato in mezzo ai mille terreni e alle mille condizioni che abbiamo incontrato.
«L'eurocargo – mi dice Ignazio mentre passeggiamo per le vie di El Calafate - si è dimostrato davvero un bel mezzo, ben attrezzato per tutti i tipi di percorsi, e anche quando la neve ci ha sorpresi ha risposto egregiamente».

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Daniele Tagliavia





Rio Mayo-Cuevas de las manos-El Calafate: la vita nell'estancia San Jose


Rio Mayo è un minuscolo paesino sperso nel mezzo della Patagonia, a metà strada tra Esquel e El Calafate. Si tratta di un gruppo di casette isolate nato attorno a una base militare; dove l’asfalto è ancora una speranza per il prossimo futuro e una piccola cooperativa è l’unico punto di ritrovo per chi vive qui. Poco fuori, dopo un paio di chilometri di sterrato, c’è l’estancia San Jose, che ci ospiterà per la notte.



Davanti la casa c’è un parco curatissimo in cui un paio di cani gemelli convivono con un enorme gatto bianco che sorveglia dormicchiando il davanzale della finestra principale.
A protezione della casa, lungo il viale, c’è una fila di alberi altissimi che trasformano il vento in rumore di foglie. All’interno non troviamo né un bancone, né una reception, ma soltanto Luis, il fattore, che ci accoglie con un sorriso, ci fa accomodare in soggiorno e in perfetto abbigliamento da Gaucho ci spiega che 3 di noi dormiranno proprio in casa, mentre gli altri 3 saranno ospitati in una piccola dependance, pochi metri più in là. Dopo poco arrivano Norma Mazquìaran, e l’anziana madre Cirila, proprietarie di questa enorme tenuta. «Il nostro terreno – mi spiega Norma - si allunga per 26 chilometri oltre la collina alle nostre spalle, ed è larga all’incirca 20 chilometri». Un’estensione difficile anche da immaginare, che però Cirila e Norma non possono sfruttare in maniera intensiva: «Purtroppo è territorio semi-desertico, e non possiamo tenere più di un capo di bestiame ogni 3 ettari, così da qualche anno abbiamo iniziato a produrre lana di guanaco e ad ospitare turisti».
Mentre Io Ugo e Luca invadiamo con i nostri computer l’enorme tavolo della sala da pranzo, i nostri ospiti si danno da fare per preparare la cena. E quando fuori si fa buio la luce delle abat-jour e il fuoco camino danno al nostro lavorare, per la prima volta, un lieve sapore di vita in famiglia.

Così quasi ci dispiace, la mattina dopo, lasciare Norma, Cirila e Luis e partire verso Las Cuevas de las manos, le caverne con disegni di mani risalenti a un’epoca compresa tra i 7 e i 9 mila anni fa. “Las Manos” dentro queste caverne sono di certo suggestive ma la meraviglia è appena prima, e appena dopo. Per raggiungere le grotte infatti dobbiamo lasciare il Massif in una radura e proseguire a piedi. La visita inizia di là da un canyon incredibilmente bello.
La discesa, il ponticello che ci permette di attraversare il fiume, e infine l’ascesa verso il costone. Per circa un’ora attraversiamo un paesaggio fuori dal tempo, sembra di essere dentro una miniatura: il rio pintura, qualche alberello, e a destra e sinistra delle pareti perfettamente perpendicolari al terreno e liscissime. Splendido.



Stamattina è già tempo di lasciare la zona de "las Cuevas" e di riprendere la Ruta 40 e la nostra tappa inizia sotto un’intensa alba rosa che Ugo non si lascia scappare. Oggi percorriamo più di 600 chilometri impreziositi, per così dire, da quasi 300 di terra battuta: più di 12 ore di viaggio per arrivare a El Calafate che sarà il nostro buen retiro per quasi una settimana. Qui nei prossimi giorni ci raggiungeranno i venditori di Partesa, vincitori della gara organizzata dall’azienda all’interno della propria forza di vendita e da qui partiremo, tutti insieme, per una delle mete più emozionanti del viaggio: il ghiacciaio del Perito Moreno.

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Daniele Tagliavia





16 marzo 2011

Esquel-Rio Mayo: intorno soltanto la Patagonia




Oggi la Patagonia smentisce le mie impressioni di ieri, e si avvicina rapidamente all’idea che avevo coltivato nel mio immaginario. Appena partiti da Esquel il verde intenso dei boschi intorno a Bariloche e il blu dei laghi della ruta de los siete lagos sembra in un altro continente, quando invece è appena 200 chilometri più a Nord.
Lasciata Esquel il paesaggio si svuota completamente. E intorno a noi non c’è nulla. Soltanto vegetazione bassa, e i tralicci della corrente elettrica. Tutto in una diffusa dominante di giallo intorno. La ruta 40 sembra come estranea alle pianure che attraversiamo: i margini poco marcati della carreggiata e la quasi totale assenza di segnaletica danno l’idea che quella strada sia lì appoggiata, quasi per caso.
La mattina va via monotona, senza sorprese. Nei 400 chilometri della tappa di oggi si fa presto a fare un elenco dei nostri incontri: un fenicottero rosa (bellissimo) che riposava su uno stagno, un gregge di sette (non di più) pecore, e un gaucho. E poi a farci compagnia, per qualche chilometro, l’arcobaleno.


Per il pranzo ci fermiamo in una minuscola località da qualche parte tra il nulla di prima e il nulla di dopo e mentre il pomeriggio scende stancamente, anche lui avido di novità, succede di nuovo.
Capita, dopo chilometri di nulla, di vedere una piccola casa a volte una baracca. Una sola. Davanti ha solo la strada, niente alle spalle, niente ai lati. Quando me ne accorgo penso all’ultima traccia di umanità che avevamo incrociato, prima, e da lì in poi inizio a contare quanti chilometri percorriamo prima di trovarne un’altra, dopo. Sulle prime penso che magari è l’inizio di un centro urbano, o che di lì a poco ci saranno altre case, magari un piccolo borgo, a dare senso e ospitalità a quell’abitazione desolata. Ma passano lunghissimi minuti, a volte ore e non ne incontro più. Allora ripenso a quella casa e mi verrebbe voglia di scendere, di chiedere alle persone che la abitano il perché: perché proprio lì, perché non prima, perché non dopo, perché così isolata, perché in mezzo al niente. Vorrei sapere come vivono, come fanno a procurarsi il cibo, come passano le loro giornate. Mi piacerebbe capire cosa vuol dire vivere isolati, avendo come rumore di fondo soltanto il rumore dei (pochi) mezzi che attraversano la ruta 40 da queste parti.
Ma tutte le volte siamo ormai troppo lontani, ed è ormai troppo tardi. E me ne dimentico. Almeno finché non ne incontriamo un’altra.

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Daniele Tagliavia





15 marzo 2011

Bariloche-Esquel: visita alla comunità Mapuche


Oggi mi sforzo di guardare Bariloche con occhi diversi. L’incontro di ieri con il tassista Rodolfo mi ha proiettato sul passato buio di questa cittadina, e sui suoi segreti. Oggi invece, mentre andiamo via, mi sforzo alla ricerca di uno sguardo più benevolo. E Bariloche in effetti è bellissima. Domina il suo lato del lago in maniera silenziosa, ordinata e discreta. Tutte le case sono ben curate, tutte in legno con i tetti spioventi. I palazzi di più di due piani si contano sulle dita di una mano. Ha tutte le fattezze dell’elegante località sciistica, impreziosita però dalla vicinanza di uno specchio d'acqua splendido.

Andando verso sud costeggiamo ancora per un po’ il lago Nahuel Haupi e ci godiamo il panorama sui boschi. Questi primi chilometri di Patagonia sono diversi da come li avevo immaginati. Mentre attraversiamo queste vallate ho l’impressione che il paesaggio strida con quello che avevo costruito, non del tutto consciamente, nel mio immaginario: niente lande desolate né pianure a perdita d’occhio. Almeno per ora.
La strada e il clima di oggi sono generosi, così arriviamo a Esquel intorno alle 13. Lì ci aspetta Graciela Murro de Pacheco, della biblioteca nazionale argentina, delegata allo sviluppo delle attività dell’istituto nella regione di Esquel. Sarà lei che ci accompagnerà a visitare la scuola della piccola comunità Mapuche, un gruppo d’indigeni che ha resistito alla conquista degli Inca prima, e dei conquistadores europei poi.



«La cultura Mapuche si tramanda soltanto per via orale - mi spiega il direttore Ricardo Miguens – così un membro anziano della comunità viene qui e parla ai bambini in lingua Mapuche, mentre un insegnante trascrive quello che dice». Un metodo del tutto particolare che cercano di integrare con alcuni manuali e con un po’ di fantasia: «Il problema – continua Ricardo – è che molte parole del castigliano come “musica” o “computer” non esistono nella lingua Mapuche, per cui diventa difficile renderla attuale».
Ai circa 60 allievi della scuola abbiamo portato dei giocattoli e del materiale didattico da parte della fondazione PUPI, che in più occasione ha sostenuto le attività in difesa delle piccole culture indigene. Loro, i bambini, ringraziano: si avventano sui regali e si concedono divertiti a Ugo e Luca, ai quali regalano qualche bella immagine.
«Grazie alla fondazione PUPI – mi dice Graciela mentre andiamo via – abbiamo organizzato alcune fiere del libro e molti seminari sulla promozione della lettura. Loro sono sempre in prima linea quando si tratta di promuovere cultura e istruzione».

A Esquel arriviamo subito dopo la visita alla scuola, durante l’ora della siesta. Domani sarà già tempo di ripartire: 400 chilometri (ovviamente) verso Sud, verso Rio Mayo.

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Daniele Tagliavia





14 marzo 2011

Bariloche: sulle tracce di Erich Priebke


San Carlos de Bariloche è una tranquilla cittadina che sonnecchia sulla riva di un ramo dell’enorme lago Nahuel Haupi. È la più prestigiosa località sciistica dell’argentina e lungo i suoi viali si ha l’impressione di essere in una cittadina dell’arco alpino, o magari del Tirolo.
La tranquilla, verde e raffinata Bariloche però, nasconde un passato (e forse anche un presente) piuttosto cupo. Nel dopoguerra decine di gerarchi vennero ospitati e protetti nel silenzio di questi boschi, in riva a questo lago. Ed è proprio da queste parti che nei primi anni novanta fu scoperto Erich Priebke, l’ex capitano delle SS coinvolto nell’eccidio delle fosse Ardeatine.
Ma c’è di più: con una piccola ricerca scopro che, secondo alcuni, Hitler non sarebbe morto suicida prima dell’arrivo dei russi nel bunker in cui si nascondeva con Eva Braun, ma sarebbe riuscito a scappare, nascondendosi in una villa poco lontano da Bariloche.

Il primo tentativo di saperne di più, con il concierge dell’albergo, non va a buon fine. «Quella di Priebke è una storia vecchia – ci dice infastidito - e gli ex nazisti che vivevano qui sono ormai tutti morti». Dopo alcune insistenze mi indica sulla mappa dove trovare la casa di Priebke e mi liquida sbrigativamente. «La villa di Hitler? – mi chiede strabuzzando gli occhi – no, qui Hitler non c’è mai venuto».
Con Rodolfo – il nostro tassista – abbiamo più fortuna e quando gli chiedo di questa villa risponde con una naturalezza che mi sorprende: «Sì, in realtà oltre alla villa Inalco c’è anche una estancia, dove si pensa sia vissuto Hitler con Eva Braun, fino alla fine degli anni ‘50».


Rodolfo ha 60 anni, e dalle prime risposte che mi dà capisco che questa storia la conosce, più di quanto non voglia farci credere. Le presunte residenze di Hitler sono entrambe fuori città così ci propone di vedere la casa di Priebke, a pochi isolati dal nostro albergo. La mia curiosità durante il tragitto cresce: in lui c’è qualcosa che non mi convince del tutto e dopo qualche insistenza Rodolfo esce allo scoperto: «Ero lo chauffeur di Pedro Bianchi, l’avvocato di Priebke». Come sospettavo: Rodolfo nascondeva qualcosa ma dopo avere gettato il sasso si affretta a ritirare la mano, e alle mie domande risponde con un sorriso malizioso. «No, io non so niente – continua a ripetermi - portavo l’avvocato Bianchi a casa di Priebke ma non assistevo ai loro discorsi». Non gli credo, e con un po’ di domande cerco di strappargli qualche retroscena, qualche dettaglio della vicenda. «La mia impressione – finalmente decide di sbottonarsi un po’ – è che Priebke si sentisse davvero innocente, e che non avesse rimorsi. Era davvero convinto di avere soltanto eseguito degli ordini».
Tra i molti «non so niente» di Rodolfo e le mie mille curiosità finiamo a parlare di Hitler, e delle dicerie che raccontano di una sua fuga qui, a Barioche. «Secondo me – mi confida - è possibile che si sia nascosto qui. Da queste parti si dice che sia morto soltanto intorno al ’60, e dopo tutto i Russi non hanno mai dato prove certe sulla sua sorte». L’impressione è che la sua non sia solo una vaga supposizione, che non si basi soltanto su delle voci sentite in giro. All’epoca dei fatti Rodolfo era troppo piccolo, ma magari negli anni '90 Priebke gli ha raccontato qualcosa che lui, ovviamente, non mi dirà.
Così ci riporta in albergo e va via, portando con sé un po’ di segreti sulla storia di questo verde ed elegante paesino, ai piedi delle Ande argentine.

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Daniele Tagliavia






Chos Malal-Bariloche: la ruta de los siete lagos


Facciamo colazione circondati dal buio turchese dell’alba che sarà e dal rumore lontano di una discoteca di Chos Malal, protagonista della notte che è stata. È la madrugada: categoria della lingua spagnola che indica le prime ore del mattino e che, a seconda dei punti di vista, può diventare la fine della “noche de fiesta” o l’inizio della giornata lavorativa. Nelle grandi città spagnole le prime corse della metropolitana, quelle della madrugada appunto, sono il luogo in cui si incrociano piccoli e opposti destini quotidiani. Chi torna a casa dopo la movida da un lato, chi appena sveglio va a lavoro dall’altro. Allo stesso modo noi, che ci mettiamo in marcia con una lunga giornata davanti, incrociamo gruppetti di ragazzi che tornano a casa con una lunga nottata alle spalle.


Siamo costretti a “madrugar” per via dei 650 chilometri lungo la Ruta 40, il nostro “piatto del giorno” di oggi. È la tappa più lunga del viaggio e la nevicata di ieri ci aveva fatto temere un peggioramento delle condizioni e l’arrivo precoce dell’inverno. Dopo tutto da questo lato del mondo stagioni e punti cardinali sono invertiti e 650 chilometri in direzione sud significa avvicinarsi al freddo, con il rischio concreto di incontrare altra neve.
Fortunatamente non è così, e appena la luce dell’alba lo illumina, il cielo si presenta sgombro da nuvole. I primi chilometri della tappa scorrono via tranquilli: l’asfalto nuovo di questo tratto di Ruta ci permette di percorrere più di 400 chilometri già prima di pranzo.



Meglio così, anche perché la seconda parte della tappa è un carosello di spettacoli della natura che sarebbe stato un delitto attraversare senza fermarsi e concedere a questi posti il tempo che meritano. È l’inizio della Patagonia. Ed è bellissimo.
Da San Martín de los Andes in poi percorriamo la “ruta de los siete lagos”, una bretella della ruta 40 che, come già anticipa il nome, è una splendida strada panoramica che s’insinua tra sette laghi nel giro di poche decine di chilometri. Specchi d’acqua che al nostro passaggio si presentano immobili, riflettendo nitidamente lo scenario intorno, fatto di boschi e di chalet di montagna.
Il lago più bello arriva per ultimo. È il Nahuel Haupi, è su uno dei suoi tanti rami che vive la cittadina di San Carlos de Bariloche, nostra meta di oggi.

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Daniele Tagliavia




12 marzo 2011

Malargue-Chos Malal: arriva la neve


Sul piazzale dell’albergo, stamattina, ci sorprendono vento gelido e un calo di temperatura di almeno 10 gradi rispetto a ieri. Così prima di partire abbandoniamo frettolosamente t-shirt e bermuda per coprirci con felpe e scarponi.
Lasciata Malargue la strada inizia a salire e ci avviciniamo alla zona di El Payen, un parco con circa 800 vulcani che riempiono il panorama di vette e si rendono protagonisti, al nostro passaggio, di uno spettacolo inaspettato. Una densa foschia attorno alle cime ne imbianca i costoni: nevica.


Inizialmente dalla strada non vediamo la neve cadere ma, tornante dopo tornante, le pareti delle montagne si imbiancano. Dopo poco anche sul parabrezza del Massif arrivano i primi fiocchi e il bianco della neve si impasta con il rosso della terra battuta. Incredibile: nel giro di 48 ore siamo passati dall’inferno della pampa argentina alla neve delle Ande argentine. Fortunatamente la nevicata non è intensa e i nostri mezzi non hanno problemi a scollinare. Iniziamo a scendere e ci troviamo in una piana enorme: la neve adesso è soltanto nella corona di monti che circondano questa spianata.

Nel pomeriggio il contesto di luci e colori cambia completamente. Il cielo, adesso azzurrissimo, resta abitato da centinaia di piccole nuvolette che sembrano appoggiate su un’invisibile lastra trasparente e che riempiono, con le loro ombre, la piana di chiaroscuri.



La nostra giornata, piena di luci, di umori e di paesaggi diversissimi tra loro si chiude a Chos Malal, un piccolo borgo andino a metà strada tra Malargue e San Carlos de Bariloche. Mi colpisce che qui, come in tutti i “puebliti” argentini che abbiamo visitato negli ultimi giorni, circolino auto che in Italia non si vedono da anni, soprattutto Fiat: 600, 127, 128. Così tra i “grandi” del gruppo scattano aneddoti, ricordi e qualche foto da portare in Italia e mostrare agli amici.
Domani quasi 600 chilometri, ancora tra altipiani e montagne. Destinazione San Carlos de Bariloche.

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Daniele Tagliavia





11 marzo 2011

San Rafael-Malargue: di nuovo sulla Ruta 40



San Rafael è un paese tutto riversato sul suo stradone principale. Ai lati case private e qualche negozio, ma soprattutto alberghetti e stazioni di servizio. Poco più di un luogo di passaggio insomma.
Il violentissimo temporale che ieri ci ha accolto da queste parti ha avuto almeno il merito di rinfrescare l’aria e di regalarci, stamattina, un cielo limpidissimo. La tappa di questa mattina è più agevole di quelli precedenti, soltanto 200 chilometri fino a Malargue: una “passeggiata” rispetto ai 500 chilometri di ieri, sotto un sole caldissimo e avvilente.
La pampa la attraversiamo ormai da giorni ma alla dimensione di questi spazi non sono riuscito ad abituarmi. Questa enorme macchia verde, completamente uniforme, disorienta. Per avere qualche riferimento bisogna affidarsi agli alberi: se formano un gruppo, lontano dalla strada, significa che lì in mezzo c’è la casa padronale della estancia; se invece scorrono lungo un’unica linea, hanno lo scopo di tracciare il confine tra due proprietà adiacenti.



Ritornando verso la Ruta 40 e la provincia di Mendoza, che avevamo lasciato qualche giorno fa, lo scenario cambia e alle infinite piantagioni di mais e fave si sostituiscono i vigneti di Malbec e Syrah. All’altezza di Agua Nueva rientriamo sulla Ruta 40, che si preoccupa subito di informarci che a Ushuaia mancano poco meno di tremila chilometri. L’altimetro è salito, senza che ce ne accorgessimo, di nuovo sopra i mille e prima di arrivare a Malargue. I boschi, gli alberghi e i bungalow ci indicano che questa zona è meta di vacanzieri. Siamo a ridosso delle Ande e, a pochi chilometri da qui, ci sono alcune località sciistiche argentine molto frequentate. L’afa ci ha lasciati e Malargue ci accoglie per qualche ora di relax. Arriviamo nell’ora della siesta, quando tra questi viali capita soltanto di vedere qualche auto che faticosamente attraversa il paese.
Domani faremo tappa a Chaos Malal, per poi arrivare domenica nella Cortina d'Ampezzo degli Argentini: San Carlos de Bariloche. Dopo la splendida divagazione porteña riprendiamo il nostro lunghissimo binario: la Ruta 40. Quasi rassicurati che ci abbia aspettato, e che sia ancora lì per portarci fino in fondo.

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Daniele Tagliavia


Boca, Recoleta, San Telmo: arrivederci Buenos Aires


Prima di lasciare Buenos Aires abbiamo ancora qualche ora di tempo, così io e Ugo decidiamo di sfruttare le ultime ore nella capitale per un giro nei quartieri che non avevamo ancora avuto il tempo di visitare. Per la bellezza dei suoi scatti e per la conoscenza del Sudamerica in cui ha lavorato in molte occasioni Ugo è stato affettuosamente ribattezzato “il maestro”. Così lo eleggo a mio Cicerone per queste ultime ore a Buenos Aires.
La nostra prima tappa alla Boca, un tempo periferia oggi attrazione turistica, che ci si offre completamente deserta per via della festività del carnevale. «Si dice – mi racconta Ugo – che gli immigrati pugliesi stabilitisi qui nel 19esimo secolo, riciclassero la vernice usata per le barche per dipingere le facciate delle case». L’effetto è spiazzante: non c’è una facciata che non esploda di colore, e che non disegni un accostamento improbabile con quella accanto. E poi i balconi sono abitati da curiose statue di plastica, e in uno vengono addirittura affiancati Maradona, Evita e il presidente Peròn.



Un poliziotto ci avverte di stare attenti ai ladri che spesso prendono di mira i turisti così decidiamo di spostarci e di andare verso il cimitero monumentale della Recoleta, dove è ospitata la tomba di Evita. Il cimitero riposa su una collinetta piena di luce e di verde, e non si fa fatica a riconoscere la tomba di Evita, piena com’è di mazzi di fiori freschissimi. «Evita – mi dice Ugo mentre camminiamo lungo i viali del cimitero – è senza dubbio uno dei personaggi più affascinanti della storia dell’Argentina. Nonostante la sua figura sia controversa dal punto di vista storico l’amore degli argentini verso di lei è ancora molto vivo».
Per il nostro giro ci resta ancora poco tempo, così prendiamo al volo un altro taxi che ci porta verso la piazzetta di San Telmo: il piccolo barrío che ha il sapore della Buenos Aires antica. «Vedi quel bar – mi dice Ugo indicandomi il bar Dorrego – lì sono passati tutti i più grandi tangueri della storia dell’Argentina, e ogni sabato mattina nel centro della piazza si esibiscono le migliori scuole di tango del Paese.
Purtroppo è già tempo di partire. Lasciamo Buenos Aires e partiamo diretti a General Villegas prima, e a San Rafael poi. Domani rientreremo sulla Ruta 40 per percorrerla tutta.
Fino alla fin del mundo.

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Daniele Tagliavia


8 marzo 2011

Buenos Aires: la consegna solidale alla fondazione PUPI



Nella sede della fondazione PUPI ci accoglie il presidente Andrés de La Fuente. Lui è il padre di Paula Zanetti, fondatrice e anima della fondazione insieme al capitano dell’Inter Javier. Andrés ci accoglie nella sede appena un attimo prima che partano gli autobus che vanno a prendere i bambini. «Ogni mattina – mi racconta appena arrivati – con i nostri bus portiamo i bambini a scuola e poi vengono qui per il pranzo». Oggi in Argentina è un giorno di festa quindi le scuole sono chiuse, ma in occasione della nostra visita, Andrés e lo staff di PUPI hanno organizzato un pranzo di festa e i bus stanno per partire.
Siamo ansiosi di incontrare i bambini, così io Ugo e Luca saliamo sullo scuolabus che li raccoglierà. Lanús è una cittadina pochi chilometri a Sud di Buenos Aires. Anni luce dalla maestosità dei viali e dei palazzi della città, qui il tessuto urbano è composto di villette unifamiliari di uno o due piani con un po’ di verde intorno. Sembra ben curata a pulita ma basta che lo scuolabus si addentri nelle stradine minori per trovare sterrato e casette malmesse. Lungo le fermate i bambini aspettano sereni, attorno a loro familiari e amici: un saluto veloce ed eccoli sullo scuolabus, accolti dalle ragazze della fondazione.
Pranziamo tutti insieme nel salone principale. Andrés, accanto a me, mi racconta gli inizi, a cavallo della bancarotta che ha travolto il paese nel 2002, e le principali attività della fondazione. «La nostra missione – chiarisce subito – riguarda l’educazione». Qui guardano lontano, hanno capito che è nei primi anni di vita che bisogna agire per provare a cambiare il destino di questi bambini. «Ogni giorno – mi spiega - li portiamo qui per il pranzo dopo la scuola e nel pomeriggio i nostri collaboratori li seguono per dare loro un supporto aggiuntivo rispetto all’offerta formativa della scuola pubblica. In molti casi le condizioni di povertà e i drammi familiari portano molti in una situazione di ritardo verso i compagni, e il sistema tende poco a poco a lasciarli indietro».



Dopo il pranzo è il momento della consegna solidale con cui Partesa ha deciso di sostenere il lavoro di Andrés e del suo staff. «Il vostro – dice al microfono di Luca - è un viaggio bellissimo e siamo contenti di essere stati parte di questa consegna estrema. Non mi resta che ringraziare anche in nome di Paula, Javier e di tutta la fondazione voi dell’equipaggio e tutta l’organizzazione».
Andrés ormai si occupa di PUPI a tempo pieno, quando tutto è iniziato faceva l’imprenditore, ma adesso tutto il suo tempo lo dedica ai bambini di Lanùs. «Siamo partiti – mi dice contento mentre nella sala da pranzo i bambini giocano con le loro insegnanti – quando questo era soltanto un piccolo magazzino. Negli anni abbiamo costruito altri due piani e tra qualche settimana ci trasferiremo nel centro del barrío, in un nuovo spazio da 700 metri quadrati».
Lui non ha nessuna nostalgia della sua vita precedente e per farmelo capire mi racconta la storia di Jhony, un ragazzo che ha iniziato a frequentare la sede della fondazione nel 2002, quando aveva 4 anni, e che insieme alla fondazione è cresciuto. «Jhony – mi dice Andrés con il suo sorriso migliore - è il miglior frutto del nostro lavoro, nessuno avrebbe immaginato tutto questo. Amo questo lavoro perché qui si può veramente cambiare la qualità della vita delle persone».

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Daniele Tagliavia





Laboulaye-Buenos Aires: le madri di Plaza de Mayo


Una città come Buenos Aires non può non creare attese e io, le mie, le coltivo ormai da qualche giorno. Il fatto di arrivare in auto, dopo molti giorni di viaggio e dopo un’attesa (e una fatica) completamente diverse dal solito, aumenta la curiosità.
È un impatto nuovo rispetto a quello dell’aereo, mezzo comodo quanto violento nel portarti dall’altra parte del mondo in poche ore. In più, da qualche giorno ci pensa Ugo a caricare quest’arrivo di aspettative ed elettricità. Lui Buenos Aires l’ha visitata e amata molte volte, e non fa che parlarmene.
Lasciamo Laboulaye e ci immergiamo di nuovo nella pampa. Ai lati della strada troviamo soltanto pianura e coltivazioni a perdita d’occhio: una “finca” dopo l’altra, macchie di verde infinite e sempre uguali. Avvicinandoci alla città, le tenute agricole lasciano spazio ai capannoni industriali, la strada si allarga e iniziamo a vedere i primi centri abitati che gravitano attorno alla capitale.
In centro ci porta una sopraelevata che passa sopra tutte le periferie. Da questo insolito belvedere scorrono le immagini dei “cimiteri” di cisterne, appoggiate sui tetti di palazzine basse, e dei quartieri dormitorio fatti di palazzoni altissimi. Le periferie di questa enorme città, dopo tutto, sembrano conservare una dignità e un ordine che troppo spesso nella capitali della vecchia Europa mancano.


Appena arrivati a destinazione Ugo ci porta fino a Plaza de Mayo: di fronte a noi la Casa Rosada, sede della presidenza della repubblica, ai nostri piedi, disegnati sul pavimento della piazza, i fazzoletti bianchi simbolo dell’associazione delle madri di Plaza di Mayo.
Ogni giovedì alle 17, dal 10 aprile del 1977, queste donne sfilano in silenzio per chiedere giustizia e verità per i loro figli, i desaparecidos della dittatura militare che ha insanguinato l’Argentina tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80.
Le parole di Ugo, che mi descrive il rito di queste donne, i manifesti sulla piazza, e le piastrelle con il simbolo dell’associazione, danno il brivido di una memoria ancora viva. Qui il ricordo non ha né la maestosità di un obelisco, né la fissità di una lapide. Ma vive nei piedi e nelle gambe di queste donne, madri o nonne, che ordinatamente e ostinatamente da 34 anni non smettono di chiedere verità e giustizia.

Per oggi ci facciamo bastare l’emozione di Plaza de Mayo. Domani faremo visita ai bambini della fondazione PUPI.

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Daniele Tagliavia






7 marzo 2011

Mendoza-Laboulaye: direzione Buenos Aires...


Ieri Mendoza ha chiuso il sipario sulla “Via Blanca de las reinas” con l’elezione della regina più bella e con uno spettacolo di fuochi d’artificio che ha attirato tutta la città per le vie e le piazze del centro.
Stamattina la sveglia è suonata che era ancora buio, ma dal Mirador del nostro albergo ci siamo potuti godere l’alba sulla città e il cambiare continuo dei riflessi di luce sui platani che fanno da tetto a tutte le strade del centro.
Prima di rannicchiarmi nella mia “tana”, sul sedile posteriore del Massif, ho il tempo di un veloce incontro, come sempre per strada, come sempre del tutto casuale. Si tratta di José, un signore di 50 anni circa che ci avvicina attirato dal nostro accento. «Da dove venite?». La domanda è sempre la stessa e Josè, come tutti gli altri, ha l’aria di chi conosce già la risposta: «Ah italiani!– dice quasi sollevato – i miei genitori sono italiani!».
“Mis padres son italianos”, è la frase che ci sentiamo dire più spesso da quando siamo in Argentina: tassisti, passanti, ospiti dell’albergo, ristoratori. Incontri a volte fugaci, a volte lunghe chiacchierate che ci danno continuamente la misura di quanto siano numerosi gli argentini con origini italiane.
Metà della popolazione secondo le statistiche ufficiali, molti di più secondo la percezione che si ricava da queste parti.


Lasciamo Mendoza quasi in solitudine, per le strade c’è atmosfera da the day after e non facciamo fatica ad abbandonare il centro. La “carretera” che ci condurrà a Buenos Aires è un rettilineo lunghissimo. Un’autostrada tanto comoda quanto noiosa, almeno dal punto di vista del panorama che ci scorre a fianco: granturco, mais e prati sterminati.
Nel pomeriggio Sandro mi cede il volante del Massif. Per la prima volta dopo quasi 7 mila chilometri decide di concedersi una pausa e io sono ben lieto di dargli il cambio. La strada in alcuni tratti è simile a una autostrada europea, altrove si restringe e le piccole scosse sul volante mi tengono attento, mentre il panorama scorre sempre uguale a se stesso.
La sosta Laboulaye, l’anonima cittadina in cui facciamo “scalo” è solo un piccolo pegno da pagare prima di arrivare a Buenos Aires, domani.

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Daniele Tagliavia





5 marzo 2011

Mendoza: "La via blanca de las reinas"


A Mendoza siamo capitati nel finesettimana più movimentato dell’anno. La città, capitale argentina del vino, festeggia l’inizio della vendemmia con 4 giorni di feste, cortei e concerti. Strade affollatissime e coloratissime, negozi chiusi ed elettricità nell’aria. Il nostro giro di oggi quindi non può che partire da calle San Martín, la strada del centro sulla quale sfilano i carri della “La Via Blanca de las Reinas”. Ogni quartiere allestisce un carro sul quale sfila una ragazza, la “reina” (regina), chiamata a rappresentarlo davanti al resto della città. Qui “las reinas” sono un’istituzione: cartelli e manifesti con i loro volti un po’ ovunque e tribunetta d’onore per i parenti. «Ogni anno – mi racconta Eduardo Martin, padre di Alexia, la reina della zona di Junín - facciamo delle vere elezioni per scegliere chi deve rappresentare il quartiere. Per me è un orgoglio che sia mia figlia la reina di Junín di quest’anno». Felicissimo cha abbia deciso di fotografarlo, Eduardo non vede l’ora di raccontarmi di più ma la nostra attenzione è improvvisamente attirata dal rumore che arriva dall’altra parte della strada.



Qualche “quadra” più in giù un lungo corteo sta sfilando appena prima che partano i carri: migliaia tra bambini, giovani, adulti e anziani protestano in modo pacifico ma rumoroso al grido di “No se negocia el agua de Mendoza”. Sono contrari al progetto di una miniera d’oro sul cerro San Jorge, che – dicono - minaccia di avvelenare l’acqua di Mendoza, risorsa fondamentale per i vigneti della zona. Così in pochi metri il “teatro” di calle San Martìn è diviso tra l’anima festante e l’anima responsabile della città. Tra chi festeggia l’inizio della vendemmia 2011 e chi si preoccupa per le vendemmie future.



Lasciamo l’affollatissima calle e ci concediamo un giro tra le 4 piazze che delimitano la parte centrale della città. Forse perché per noi europei il 5 marzo è ancora inverno o magari perché è soltanto da poco che abbiamo abbandonato le rigidità andine, ma Mendoza è un’epifania di colori e di calore che riscalda e stordisce. La luce violenta di queste giornate è mitigata dall’ombra dei platani che affollano il centro della città: in alcune strade formano un vero tetto verde che regala ombra, colore, e piacere per gli occhi. Domani purtroppo dovremo lasciarla: nei prossimi due giorni percorreremo i mille chilometri che ci separano da Buenos Aires.

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Daniele Tagliavia