Partesa On The Road 20°

Partesa On The Road 20
Partesa On The Road 20° è una consegna estrema: il viaggio con cui Partesa festeggia 20 anni di attività, all'insegna della sua mission: distribuire ovunque il meglio. Un equipaggio di 6 persone, a bordo di un Eurocargo e di un Massif Iveco, è partito da Milano il 18 gennaio. Attraversando l'Ecuador, il Perù, la Bolivia e l'Argentina raggiungerà Ushuaia il 25 marzo per effettuare La Grande Consegna di Birra Moretti. Sarà un viaggio indimenticabile. Seguitelo giorno dopo giorno, su queste pagine.

11 marzo 2011

San Rafael-Malargue: di nuovo sulla Ruta 40



San Rafael è un paese tutto riversato sul suo stradone principale. Ai lati case private e qualche negozio, ma soprattutto alberghetti e stazioni di servizio. Poco più di un luogo di passaggio insomma.
Il violentissimo temporale che ieri ci ha accolto da queste parti ha avuto almeno il merito di rinfrescare l’aria e di regalarci, stamattina, un cielo limpidissimo. La tappa di questa mattina è più agevole di quelli precedenti, soltanto 200 chilometri fino a Malargue: una “passeggiata” rispetto ai 500 chilometri di ieri, sotto un sole caldissimo e avvilente.
La pampa la attraversiamo ormai da giorni ma alla dimensione di questi spazi non sono riuscito ad abituarmi. Questa enorme macchia verde, completamente uniforme, disorienta. Per avere qualche riferimento bisogna affidarsi agli alberi: se formano un gruppo, lontano dalla strada, significa che lì in mezzo c’è la casa padronale della estancia; se invece scorrono lungo un’unica linea, hanno lo scopo di tracciare il confine tra due proprietà adiacenti.



Ritornando verso la Ruta 40 e la provincia di Mendoza, che avevamo lasciato qualche giorno fa, lo scenario cambia e alle infinite piantagioni di mais e fave si sostituiscono i vigneti di Malbec e Syrah. All’altezza di Agua Nueva rientriamo sulla Ruta 40, che si preoccupa subito di informarci che a Ushuaia mancano poco meno di tremila chilometri. L’altimetro è salito, senza che ce ne accorgessimo, di nuovo sopra i mille e prima di arrivare a Malargue. I boschi, gli alberghi e i bungalow ci indicano che questa zona è meta di vacanzieri. Siamo a ridosso delle Ande e, a pochi chilometri da qui, ci sono alcune località sciistiche argentine molto frequentate. L’afa ci ha lasciati e Malargue ci accoglie per qualche ora di relax. Arriviamo nell’ora della siesta, quando tra questi viali capita soltanto di vedere qualche auto che faticosamente attraversa il paese.
Domani faremo tappa a Chaos Malal, per poi arrivare domenica nella Cortina d'Ampezzo degli Argentini: San Carlos de Bariloche. Dopo la splendida divagazione porteña riprendiamo il nostro lunghissimo binario: la Ruta 40. Quasi rassicurati che ci abbia aspettato, e che sia ancora lì per portarci fino in fondo.

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Daniele Tagliavia


Boca, Recoleta, San Telmo: arrivederci Buenos Aires


Prima di lasciare Buenos Aires abbiamo ancora qualche ora di tempo, così io e Ugo decidiamo di sfruttare le ultime ore nella capitale per un giro nei quartieri che non avevamo ancora avuto il tempo di visitare. Per la bellezza dei suoi scatti e per la conoscenza del Sudamerica in cui ha lavorato in molte occasioni Ugo è stato affettuosamente ribattezzato “il maestro”. Così lo eleggo a mio Cicerone per queste ultime ore a Buenos Aires.
La nostra prima tappa alla Boca, un tempo periferia oggi attrazione turistica, che ci si offre completamente deserta per via della festività del carnevale. «Si dice – mi racconta Ugo – che gli immigrati pugliesi stabilitisi qui nel 19esimo secolo, riciclassero la vernice usata per le barche per dipingere le facciate delle case». L’effetto è spiazzante: non c’è una facciata che non esploda di colore, e che non disegni un accostamento improbabile con quella accanto. E poi i balconi sono abitati da curiose statue di plastica, e in uno vengono addirittura affiancati Maradona, Evita e il presidente Peròn.



Un poliziotto ci avverte di stare attenti ai ladri che spesso prendono di mira i turisti così decidiamo di spostarci e di andare verso il cimitero monumentale della Recoleta, dove è ospitata la tomba di Evita. Il cimitero riposa su una collinetta piena di luce e di verde, e non si fa fatica a riconoscere la tomba di Evita, piena com’è di mazzi di fiori freschissimi. «Evita – mi dice Ugo mentre camminiamo lungo i viali del cimitero – è senza dubbio uno dei personaggi più affascinanti della storia dell’Argentina. Nonostante la sua figura sia controversa dal punto di vista storico l’amore degli argentini verso di lei è ancora molto vivo».
Per il nostro giro ci resta ancora poco tempo, così prendiamo al volo un altro taxi che ci porta verso la piazzetta di San Telmo: il piccolo barrío che ha il sapore della Buenos Aires antica. «Vedi quel bar – mi dice Ugo indicandomi il bar Dorrego – lì sono passati tutti i più grandi tangueri della storia dell’Argentina, e ogni sabato mattina nel centro della piazza si esibiscono le migliori scuole di tango del Paese.
Purtroppo è già tempo di partire. Lasciamo Buenos Aires e partiamo diretti a General Villegas prima, e a San Rafael poi. Domani rientreremo sulla Ruta 40 per percorrerla tutta.
Fino alla fin del mundo.

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Daniele Tagliavia


8 marzo 2011

Buenos Aires: la consegna solidale alla fondazione PUPI



Nella sede della fondazione PUPI ci accoglie il presidente Andrés de La Fuente. Lui è il padre di Paula Zanetti, fondatrice e anima della fondazione insieme al capitano dell’Inter Javier. Andrés ci accoglie nella sede appena un attimo prima che partano gli autobus che vanno a prendere i bambini. «Ogni mattina – mi racconta appena arrivati – con i nostri bus portiamo i bambini a scuola e poi vengono qui per il pranzo». Oggi in Argentina è un giorno di festa quindi le scuole sono chiuse, ma in occasione della nostra visita, Andrés e lo staff di PUPI hanno organizzato un pranzo di festa e i bus stanno per partire.
Siamo ansiosi di incontrare i bambini, così io Ugo e Luca saliamo sullo scuolabus che li raccoglierà. Lanús è una cittadina pochi chilometri a Sud di Buenos Aires. Anni luce dalla maestosità dei viali e dei palazzi della città, qui il tessuto urbano è composto di villette unifamiliari di uno o due piani con un po’ di verde intorno. Sembra ben curata a pulita ma basta che lo scuolabus si addentri nelle stradine minori per trovare sterrato e casette malmesse. Lungo le fermate i bambini aspettano sereni, attorno a loro familiari e amici: un saluto veloce ed eccoli sullo scuolabus, accolti dalle ragazze della fondazione.
Pranziamo tutti insieme nel salone principale. Andrés, accanto a me, mi racconta gli inizi, a cavallo della bancarotta che ha travolto il paese nel 2002, e le principali attività della fondazione. «La nostra missione – chiarisce subito – riguarda l’educazione». Qui guardano lontano, hanno capito che è nei primi anni di vita che bisogna agire per provare a cambiare il destino di questi bambini. «Ogni giorno – mi spiega - li portiamo qui per il pranzo dopo la scuola e nel pomeriggio i nostri collaboratori li seguono per dare loro un supporto aggiuntivo rispetto all’offerta formativa della scuola pubblica. In molti casi le condizioni di povertà e i drammi familiari portano molti in una situazione di ritardo verso i compagni, e il sistema tende poco a poco a lasciarli indietro».



Dopo il pranzo è il momento della consegna solidale con cui Partesa ha deciso di sostenere il lavoro di Andrés e del suo staff. «Il vostro – dice al microfono di Luca - è un viaggio bellissimo e siamo contenti di essere stati parte di questa consegna estrema. Non mi resta che ringraziare anche in nome di Paula, Javier e di tutta la fondazione voi dell’equipaggio e tutta l’organizzazione».
Andrés ormai si occupa di PUPI a tempo pieno, quando tutto è iniziato faceva l’imprenditore, ma adesso tutto il suo tempo lo dedica ai bambini di Lanùs. «Siamo partiti – mi dice contento mentre nella sala da pranzo i bambini giocano con le loro insegnanti – quando questo era soltanto un piccolo magazzino. Negli anni abbiamo costruito altri due piani e tra qualche settimana ci trasferiremo nel centro del barrío, in un nuovo spazio da 700 metri quadrati».
Lui non ha nessuna nostalgia della sua vita precedente e per farmelo capire mi racconta la storia di Jhony, un ragazzo che ha iniziato a frequentare la sede della fondazione nel 2002, quando aveva 4 anni, e che insieme alla fondazione è cresciuto. «Jhony – mi dice Andrés con il suo sorriso migliore - è il miglior frutto del nostro lavoro, nessuno avrebbe immaginato tutto questo. Amo questo lavoro perché qui si può veramente cambiare la qualità della vita delle persone».

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Daniele Tagliavia





Laboulaye-Buenos Aires: le madri di Plaza de Mayo


Una città come Buenos Aires non può non creare attese e io, le mie, le coltivo ormai da qualche giorno. Il fatto di arrivare in auto, dopo molti giorni di viaggio e dopo un’attesa (e una fatica) completamente diverse dal solito, aumenta la curiosità.
È un impatto nuovo rispetto a quello dell’aereo, mezzo comodo quanto violento nel portarti dall’altra parte del mondo in poche ore. In più, da qualche giorno ci pensa Ugo a caricare quest’arrivo di aspettative ed elettricità. Lui Buenos Aires l’ha visitata e amata molte volte, e non fa che parlarmene.
Lasciamo Laboulaye e ci immergiamo di nuovo nella pampa. Ai lati della strada troviamo soltanto pianura e coltivazioni a perdita d’occhio: una “finca” dopo l’altra, macchie di verde infinite e sempre uguali. Avvicinandoci alla città, le tenute agricole lasciano spazio ai capannoni industriali, la strada si allarga e iniziamo a vedere i primi centri abitati che gravitano attorno alla capitale.
In centro ci porta una sopraelevata che passa sopra tutte le periferie. Da questo insolito belvedere scorrono le immagini dei “cimiteri” di cisterne, appoggiate sui tetti di palazzine basse, e dei quartieri dormitorio fatti di palazzoni altissimi. Le periferie di questa enorme città, dopo tutto, sembrano conservare una dignità e un ordine che troppo spesso nella capitali della vecchia Europa mancano.


Appena arrivati a destinazione Ugo ci porta fino a Plaza de Mayo: di fronte a noi la Casa Rosada, sede della presidenza della repubblica, ai nostri piedi, disegnati sul pavimento della piazza, i fazzoletti bianchi simbolo dell’associazione delle madri di Plaza di Mayo.
Ogni giovedì alle 17, dal 10 aprile del 1977, queste donne sfilano in silenzio per chiedere giustizia e verità per i loro figli, i desaparecidos della dittatura militare che ha insanguinato l’Argentina tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80.
Le parole di Ugo, che mi descrive il rito di queste donne, i manifesti sulla piazza, e le piastrelle con il simbolo dell’associazione, danno il brivido di una memoria ancora viva. Qui il ricordo non ha né la maestosità di un obelisco, né la fissità di una lapide. Ma vive nei piedi e nelle gambe di queste donne, madri o nonne, che ordinatamente e ostinatamente da 34 anni non smettono di chiedere verità e giustizia.

Per oggi ci facciamo bastare l’emozione di Plaza de Mayo. Domani faremo visita ai bambini della fondazione PUPI.

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Daniele Tagliavia






7 marzo 2011

Mendoza-Laboulaye: direzione Buenos Aires...


Ieri Mendoza ha chiuso il sipario sulla “Via Blanca de las reinas” con l’elezione della regina più bella e con uno spettacolo di fuochi d’artificio che ha attirato tutta la città per le vie e le piazze del centro.
Stamattina la sveglia è suonata che era ancora buio, ma dal Mirador del nostro albergo ci siamo potuti godere l’alba sulla città e il cambiare continuo dei riflessi di luce sui platani che fanno da tetto a tutte le strade del centro.
Prima di rannicchiarmi nella mia “tana”, sul sedile posteriore del Massif, ho il tempo di un veloce incontro, come sempre per strada, come sempre del tutto casuale. Si tratta di José, un signore di 50 anni circa che ci avvicina attirato dal nostro accento. «Da dove venite?». La domanda è sempre la stessa e Josè, come tutti gli altri, ha l’aria di chi conosce già la risposta: «Ah italiani!– dice quasi sollevato – i miei genitori sono italiani!».
“Mis padres son italianos”, è la frase che ci sentiamo dire più spesso da quando siamo in Argentina: tassisti, passanti, ospiti dell’albergo, ristoratori. Incontri a volte fugaci, a volte lunghe chiacchierate che ci danno continuamente la misura di quanto siano numerosi gli argentini con origini italiane.
Metà della popolazione secondo le statistiche ufficiali, molti di più secondo la percezione che si ricava da queste parti.


Lasciamo Mendoza quasi in solitudine, per le strade c’è atmosfera da the day after e non facciamo fatica ad abbandonare il centro. La “carretera” che ci condurrà a Buenos Aires è un rettilineo lunghissimo. Un’autostrada tanto comoda quanto noiosa, almeno dal punto di vista del panorama che ci scorre a fianco: granturco, mais e prati sterminati.
Nel pomeriggio Sandro mi cede il volante del Massif. Per la prima volta dopo quasi 7 mila chilometri decide di concedersi una pausa e io sono ben lieto di dargli il cambio. La strada in alcuni tratti è simile a una autostrada europea, altrove si restringe e le piccole scosse sul volante mi tengono attento, mentre il panorama scorre sempre uguale a se stesso.
La sosta Laboulaye, l’anonima cittadina in cui facciamo “scalo” è solo un piccolo pegno da pagare prima di arrivare a Buenos Aires, domani.

Le foto è il video della giornata


Daniele Tagliavia